Dal macellaio Guido c’è l’ultima bistecca

La sua storia inizia nel 1961 quando tredicenne entrò timidamente a far parte della macelleria Nodari dove imparò la passione per un mestiere antico

Chiude oggi i battenti un’altra storica bottega, quella di Fabris in piazza Biade

di Franco Pepe

La città perde un altro punto di riferimento. Guido Fabris, da 45 anni macellaio con bottega in piazza Biade, abbassa la saracinesca, fa un ultimo sorriso ai suoi clienti e nasconde le lacrime.
La sua storia inizia nel 1961 quando, tredicenne, entrò tutto spaesato nella pregiata macelleria Nodari, un nome storico. Dietro il banco c’era Giuseppe che aveva ereditato l’attività che il padre Alessandro aveva avviato nel dopoguerra. Ad acquistare la carne di Nodari, fosse fettina o macinato, c’erano clienti che arrivavano da lontano.
Guido Fabris iniziò come garzone di bottega e ci mise poco ad imparare come tagliare costine e a servir la gente. La timidezza un po’ alla volta se ne andò, lo sguardo era intelligente, il cuore buono, e poi gli venne naturale acquisire un “savoir faire” che univa gentilezza e capacità di ispirare fiducia.
Guido Fabris, nato a Noventa, rammenta le sue origini, il nonno contadino, ricorda la sua famiglia numerosa (in cinque fratelli, tre femmine e un gemello, Guido che gestisce un negozio di biciclette a S. Pio X).
«Allora c’era bisogno di aiutare la famiglia - dice - così finite le scuole medie cercai subito un’occupazione. La macelleria Nodari divenne la mia vita. Unico passatempo la bicicletta».
Tutto casa, bottega e bici da corsa. Erano i tempi di Balmamion e Bitossi, Adorni e Gimondi, Anquetil e Merckx, e Guido sui pedali volava, eccome volava, era un passista e macinava chilometri su chilometri. Partecipò ad un sacco di gare nella categoria dilettanti, collezionò tante vittorie e per questo fu notato e gli venne proposto di passare al ciclismo professionistico. Un futuro sfolgorante, ma lui preferì restare in piazza Biade. Ad indicargli la strada una delle tante coincidenze della vita: era il 1981, Giuseppe Nodari non se la sentiva più di lavorare, voleva chiudere bottega. Guido, nel vigore dei 33 anni, con una famiglia e già una figlia, lancia l’offerta: «La macelleria a me interessa». Affare fatto. Nodari ci sta. Andarono dal notaio e da garzone di bottega passò titolare. Ad aiutarlo, alla cassa, la moglie Monica che per la macelleria lascia il lavoro dalla Campagnolo. Iniziò così la seconda vita di Guido Fabris, il macellaio di piazza Biade.
I primi anni furono davvero al galoppo. Guido era instancabile, per quel lavoro aveva un pallino speciale, un talento che non si trova più, e poi voleva che la sua carne fosse la migliore, genuina, dal sapore vero. Andava a scegliersela lui stesso, i maiali erano quelli allevati in cortile dai contadini. Guido li macellava e li trasformava in braciole straordinarie, salami e sopresse dai mille sapori e mille profumi.
Anche i polli li prendeva in campagna, altro che allevamenti e mangime industriale. Ad attirare i clienti anche il suo carattere gioviale, sempre di buonumore, il tratto cordiale, i modi cortesi incantava le clienti quando dava consigli e incartava il fegato, il filetto, la costata, ma anche una delle sue specialità, quel famoso polpettone che ha segnato un’epoca.
La macelleria faceva faville e la clientela cresceva. Guido e Monica cercavano di accontentare tutti. La qualità, il servizio, mi raccomando, diceva sempre Guido alla moglie. Le nonne, le mamme, le nipoti. I cambi generazionali non crearono rivoluzioni.
Guido andò avanti per anni così: ogni mattina, a parte la domenica, riempiva la sue vetrine di specialità, lanciando uno sguardo agli archi della Basilica e accendendo il primo colpo di vita alla “sua” piazza. La macelleria era la seconda casa, la clientela una seconda famiglia.
Poi i tempi cambiarono, vennero i tempi di “mucca pazza", il mercato della carne andò in crisi ma Guido ha sempre mantenuto qualità e buonumore. «La clientela - conclude Guido Fabris - è rimasta affezionata ma il lavoro è diminuito e il parcheggio con le sbarre è stato il colpo finale. Mi hanno macellato. Ho deciso di smettere, una decisione difficile. Ci lascio il cuore e anche di più».
Gli uomini - scriveva Shakespeare - chiudono la propria porta contro il sole che tramonta. Ma in fondo il ricordo di Guido non tramonterà mai.

Articolo apparso Sabato 28 Ottobre 2006 cronaca Pagina 16 sul Giornale di Vicenza