Fabris
Barban Eurosia
CRONACA DI UNA BEATIFICAZIONE
Nosiglia:«Beata Rosa c’insegna come si diventa
santi in famiglia»
Guarita da mamma Eurosia Wojtyla riconobbe il miracolo
Alle 16 in Cattedrale la canonizzazione di Eurosia Fabris
Barban
Marola, Quinto e Torri in festa
Da oggi un’altra beata per Vicenza
Una nipote porterà all’altare le reliquie
Una famiglia con tante vocazioni
«Vivo con il miracolo nel cuore»
Beata Rosa e il giallo delle reliquie
Oltre 200 davanti al maxischermo sfidano la pioggia
I famigliari provenienti persino dalla Spagna e dall’Australia
erano riconoscibili da un foulard bianco
Mamma Rosa riposa nella chiesa di Marola
GALLERIA FOTOGRAFICA
Venerdì 04 Novembre
2005 cronaca Pagina 17
Domenica la cerimonia in Duomo: di Erosia Barban
non esistevano foto
in età giovanile e per questo l’artista Lomuscio, pensandola
con qualche
anno di meno, le ha ridato bellezza nell’arazzo previsto dal rito
liturgico
Nosiglia:«Beata Rosa c’insegna come si
diventa santi in famiglia»
(a. to.) Sarà una “mamma Rosa”
ringiovanita quella che sorriderà ai fedeli in Cattedrale domenica
prossima all’arazzo che il rito liturgico prevede venga scoperto
dopo la lettura del decreto papale di beatificazione e conseguente proclamazione.
L’unico ritratto della neo beata che la gente conosceva finora era
quello che il pittore romano Ermilio Lazzaro aveva eseguito utilizzando
una delle rare foto di Eurosia Fabris Barban, quella che la ritrae con
il marito e i figli i n occasione del quarantesimo di matrimonio.
La donna appare ovviamente anziana, con il volto sereno sovrastato da
una voluminosa cuffia in lana. In vista del rito previsto in un primo
tempo a San Pietro in Roma per il 24 aprile scorso, un nuovo arazzo era
stato commissionato all’artista barese Giuseppe Antonio Lomuscio
(lo stesso che aveva dipinto il quadro per la beatificazione del vescovo
vicentino Giovanni Antonio Farina). L’arazzo, che avrebbe dovuto
prendere da una delle logge della facciata della basilica di san Pietro,
è emigrato a Vicenza dopo che il nuovo papa Benedetto XVI ha deciso
che le beatificazioni non si terranno più in Vaticano ma nelle
diocesi di origine o di residenza del nuovo ospite del calendario della
Chiesa.
Partendo dal ritratto del collega Lazzaro, l’artista Lomuscio ha
"ringiovanito" mamma Rosa ritraendola in età matura ma
restituendole i tratti di quella bellezza composta ed elegante che caratterizzava
la futura Beata. Anche questa è una bella novità per le
migliaia di fedeli che domenica affolleranno la cattedrale e gli spazi
adiacenti (è prevista fra l’altro l’installazione di
un maxischermo in piazza Duomo per consentire a quanti non troveranno
posto all’interno di seguire la cerimonia). Avevano chiesto di avere
un posto all’interno della Cattedrale 250 parenti di mamma Rosa
ma l’ufficio pastorale che ha coordinato la preparazione del rito
ha potuto accontentarne appena 50: gli altri dovranno accomodarsi fuori.
Per l’occasione non sono stati preventivati posti riservati neanche
alle varie autorità per non fare discriminazioni. Il rito della
beatificazione sarà semplice e breve e troverà spazio all’inizio
della solenne concelebrazione eucaristica, subito dopo il cosiddetto atto
penitenziale. I postulatori della Casa cioè coloro che ne hanno
promosso e seguito lo svolgimento si rivolgeranno al cardinale Josè
Saraiva Martins, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei
Santi e, in questa occasione, delegato papale a Vicenza, e chiederanno
che sia accolta la richiesta di beatificazione presentata al Pontefice
dal vescovo di Vicenza.
Il porporato, dopo la proclamazione di una sintetica biografia di mamma
Rosa, leggerà la lettera apostolica papale che ordina la beatificazione.
A questo punto verrà scoperto l’arazzo con l’immagine
della neo Beata e sarà portata sull’altare una sua reliquia
mentre l’assemblea canterà un inno di ringraziamento a Dio.
Interverrà poi il vescovo mons. Nosiglia, che presiederà
la concelebrazione, per un breve ringraziamento del quale si farà
portatore al Papa il cardinale delegato. La messa proseguirà poi
normalmente con il Gloria, l’orazione alla nuova Beata e la liturgia
della Parola.
Ovvio che l’omelia del vescovo mons. Nosiglia sarà dedicata
a mamma Rosa, laica e mamma di famiglia, che per una felice coincidenza
diventa patrona e stimolo per quel lavoro pastorale nel quale la diocesi
è impegnata da tempo e cioè il piano riassunto nelle parole:
“Cristiani si diventa i n famiglia”. «Non solo cristiani
si diventa in famiglia - ha detto il vescovo mons. Nosiglia nella conferenza
stampa di presentazione ufficiale della beatificazione - ma in famiglia
si diventa anche santi»..
A Vicenza saranno presenti gruppi francescani di tutta Italia. Altro dato
interessante è quello che vede la gente dell’altopiano di
Asiago (che ecclesiasticamente ricade sotto la giurisdizione della diocesi
di Padova) particolarmente lieti per il raggiunto traguardo del riconoscimento
ufficiale della santità di una vicentina.
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Sabato 05 Novembre 2005 cronaca
Pagina 19
La storia di Annita Casonato: nel 1944, quando aveva
22 anni, era destinata a morire, secondo i medici la sua malattia era
incurabile. Ma rivolse le sue preghiere alla patrona vicentina e guarì
nel volgere di pochissimi giorni
Guarita da mamma Eurosia Wojtyla riconobbe il miracolo
(a. to.) Alla cerimonia di beatificazione di Eurosia
Fabris Barban, domani alle 16 in Cattedrale, sarà presente anche
Annita Casonato, la donna guarita prodigiosamente per intercessione di
“mamma Rosa”. Annita vive da sola a Montecchio Maggiore in
vicolo Montenero 8: è arzilla e pimpante. Quella salute che nel
lontano 1944 era proprio al lumicino tanto che i medici curanti ritenevano
inevitabile la fine.
Annita certamente rinnoverà, domani, il suo grazie alla celeste
patrona cui si è rivolta per riavere la salute legata solo ad un
miracolo, dopo che i clinici avevano concluso che la giovane malata era
destinata a morte. A suggerire ad Annita di rivolgersi a mamma Rosa era
stato un suo figlio, don Giuseppe Barban, che per quarant’anni è
stato parroco alla Madonna della Pace-Stanga, dove viveva l’inferma.
Annita Casonato, nata a Vicenza il 10 settembe 1922, a 22 anni si era
trovata addosso quella che comunemente si definisce una valanga di malanni
con tosse rabbiosa, febbre alta, anoressia e astenia. Il medico ordinò
subito il ricovero della ragazza all’ospedale di Sandrigo. La diagnosi
emessa parla di “adenopatia tracheobronchiale”. La terapia
adottata fu a base di iniezioni di calcio, sulfamidici e analettici. Il
soggiorno in ospedale durò 45 giorni, poi la giovane fu rimandata
a casa. Ma tosse, febbre, anoressia e astenia tornarono all’assalto
in forma ancora più virulenta.
Lo specialista dott. Vito Corain rilevò la presenza di un versamento
pleurico sinistro, come poi confermato dall’esame radioscopico effettuato
l’8 luglio 1944. Il medico praticò alla giovane paziente
una pneumotoracentesi ad ambedue gli emitoraci e prelevò un litro
di liquido organico che si rifaceva in fretta. Lo stesso specialista di
fronte ad un versamento addominale consistente si dichiarava molto dubbioso
sulla guarigione di Annita e fino al 30 novembre visitò ogni giorno
la paziente constatando un progressivo peggioramento.
Alle 7 dell’1 dicembre il curante trovò ridotto il versamento
addominale per cui non ritenne opportuno ricorrere al solito prelievo
del liquido. In pochi giorni i liquidi polmonari e addominali vennero
riassorbiti e la febbre con tutto il resto scomparve. Corain dichiarò
umanamente inspiegabile il miglioramento e impose alla guarita qualche
giorno di riposo. Annita si alzò e riprese la sua vita normale
senza più alcun disturbo.
Tutta la documentazione medica fu inviata a Roma nel corso del processo
di beatificazione e la Commissione medica laica incaricata di esaminare
il caso parlò di “adenopatie mediastiniche con versamento
pleurico bilaterale e addominale” e di “patologia polisierotica
di natura specifica post primaria, durata circa 7 mesi”.
La stessa commissione attestò all’unanimità che vista
l’assenza di cure specifiche che all’epoca non esistevano,
la guarigione era da ritenersi umanamente e scientificamente inspiegabile.
Il verdetto unanime della severa Commissione costituì un’accelerazione
per la causa che “riposava” da anni anche per i tempi tecnici
che per i processi canonici sono notoriamente lunghi. Papa Giovanni Paolo
II che il 7 luglio 2003 aveva emesso il decreto che dichiarava Venerabile
mamma Rosa, visti gli atti del processo e avuto il parere favorevole della
speciale Commissione cardinalizia il 22 giugno 2004 faceva pubblicare
un secondo Decreto che dichiarava miracolosa la guarigione di Annita.
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Domenica 06 Novembre 2005
nazionale Pagina 1
Semplice e popolare esempio di madre
Alle 16 in Cattedrale la canonizzazione di Eurosia
Fabris Barban
di Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Vicenza
«Vidi una moltitudine immensa che nessuno può
contare di ogni razza, lingua e nazione».
Il giorno dei Santi l'apostolo Giovanni ha così descritto nel libro
biblico dell'Apocalisse la schiera dei beati che lodano e ringraziano
Dio davanti al suo trono nel paradiso.
Di questa moltitudine fa parte sicuramente anche la beata Eurosia Fabris,
che viene proclamata tale in questa domenica 6 novembre nella Cattedrale
di Vicenza. Si tratta di una novità assoluta, come più volte
si è detto, in quanto Benedetto XVI ha concesso alla nostra Diocesi
questo dono, che esalta non solo la santità di mamma Rosa, ma anche
la Diocesi in cui la Beata è nata, ha vissuto ed è morta.
Questa beatificazione conferma che la Chiesa di Vicenza è una terra
di santi, un terreno fecondato dalla fede e dal sacrificio di tante comunità
e famiglie da cui è possibile trarre quella linfa vitale di vita
cristiana che sostiene il cammino di tanti verso la santità.
Accanto a santa Bertilla, a santa Bakhita, al beato Giovanni Antonio Farina,
alla beata Gaetana Sterni, al beato fra' Claudio Granzotto, ai martiri
Felice e Fortunato, al diacono san Vicenzo e ad altri vescovi, sacerdoti,
religiosi e religiose della nostra terra, c'è anche lei, una sposa
e madre di famiglia elevata agli onori degli altari per la vita santificata
dal dovere quotidiano nella sua casa.
È proprio questa singolare figura di donna, semplice e popolare,
che suscita tanto interesse in un numero crescente di fedeli non solo
qui tra noi, ma in ogni parte della terra. La notizia, infatti, è
rimbalzata sulla stampa e attraverso il sito diocesano nel mondo, per
cui molti desiderano avere notizie sulla sua vita per poterla conoscere
e chiederne l'intercessione a favore della propria famiglia.
La beatificazione di mamma Rosa è un evento di speranza da cui
possiamo trarre forza e vigore per continuare a seminare il Vangelo nei
solchi della storia del nostro popolo, sicuri che esso fruttifica con
abbondanza fino alla vette alte della santità. Occorre per questo
non scoraggiarsi mai di fronte alle difficoltà sempre più
gravi del cambiamento culturale e sociale del nostro tempo e sostenere
ed intensificare quel tessuto di relazioni e di incontro con le persone,
le famiglie e la gente che caratterizza la pastorale delle parrocchie,
dei sacerdoti e dei loro collaboratori.
Sono certo che, se la nostra Chiesa manterrà questa presenza capillare
e forte vicina ad ogni persona e famiglia e darà segnali concreti
di condivisione e solidarietà verso i problemi, le sofferenze e
le aspettative di ciascuno in tutti gli ambiti della sua vita, in casa
come nel lavoro, a scuola come nel tempo libero, nella malattia come nella
povertà, allora non dovremo temere per la tenuta della fede ed
altri beati e santi arricchiranno in futuro la nostra gioia.
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Domenica 06 Novembre 2005
cronaca Pagina 14
Marola, Quinto e Torri in festa
Sono tre le comunità oggi in festa per la
beatificazione di mamma Rosa e che invieranno in Cattedrale nutrite rappresentanze
per assistere al rito della beatificazione che inizierà alle 15:
Torri di Quartesolo, Marola e Quinto Vicentino. Marola è la comunità
nella quale la nuova Beata ha trascorso tutta la vita eccettuati i primi
quattro anni. Torri di Quartesolo è il capoluogo comunale.
Quinto Vicentino è il paese di nascita e dove Eurosia è
stata battezzata nella chiesa intitolata a San Giorgio. A Quinto verrà
posta una targa ricordo della Beata nella cappella della santa dalla quale
i genitori hanno preso il nome per la loro creatura, santa Eurosia.
A Marola si sta lavorando per preparare il posto per l’urna nella
quale riposeranno i resti mortali: davanti all’altare della cappella
di san Luigi, la prima laterale a sinistra per chi entra in chiesa dalla
porta Maggiore.
Torri di Quartesolo non può essere estranea all’evento visto
che è il Comune capoluogo.
Mamma Rosa venne inumata nel cimitero di Marola. Quando la famiglia Barban
si fece costruire una sua cappella cimiteriale, i resti della futura beata
furono trasferiti in uno dei loculi della costruzione. E lì si
trovano attualmente dopo avere ricevuto la seconda visita di verifica
detta in latino constatatio nel marzo scorso (la prima visita venne fatta
durante il processo diocesano: questo per verificare che tutto era normale
e che non c’erano, all’esterno, segni di culto, cosa vietata
dal Diritto canonico prima che la candidata agli altari non avesse ricevuto
dal Papa il titolo di Venerabile).
Nel loculo della cappella i resti di mamma Rosa rimarranno ancora per
poco perché fra qualche giorno saranno sistemati in un’urna
di marmo, elegante e semplice e di colore rosa fatta eseguire dalla ditta
di onoranze di Romano Rossi. Sabato 19 novembre i fedeli di Marola, Quinto
e Torri converranno in un luogo comodo per la distanza e per lo spazio
disponibile e di lì partirà il corteo solenne che trasporterà
l’urna nella chiesa parrocchiale di Marola. E da lì mamma
Rosa continuerà ad essere di esempio alla gente test imoniando
che si può diventare santi anche da laici, percorrendo la strada
dei carri cioè quella della quotidianità vissuta nel fulgore
della Grazia e ripetendo silenziosamente una delle massime che lei stessa
lasciò scritte: “... Non sono le ricchezze che fanno contento
il cuore ma il fare la volontà di Dio”.
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Domenica 06 Novembre 2005
cronaca Pagina 14
Da oggi un’altra beata per Vicenza
In Duomo alle 16 il cardinale Josè Saraiva
Martins leggerà il decreto papale
Eurosia Fabris detta in casa Rosina nasce a Quinto
Vicentino il 27 settembre 1866 e la sua famiglia si trasferisce a Marola
di Torri di Quartesolo nel 1870.
Frequenta le prime due classi elementari e aiuta in casa dove dalla mamma
impara il mestiere di sarta. Fa la catechista in parrocchia e da autodidatta
volonterosa si assicura una discreta cultura.
Il 5 maggio 1886 sposa il vedovo Carlo Barban. In famiglia arrivano altri
nove figli (due morti prematuramente) ai quali si aggiungono due bambine
e un bambino adottati, figli di una nipote di Eurosia. Aiuta il marito
nel lavoro dei campi, provvede all’educazione dei figli e dà
largamente cibo e alloggio ai mendicanti di passaggio.
In casa apre quella che oggi si chiamerebbe una scuola professionale per
insegnare gratis alle ragazze il mestiere di sarta (siamo in tempi in
cui il 75 per cento dei ragazzi non frequenta la scuola e la percentuale
è più alta per le bambine).
Il 31 maggio 1930 le muore il marito Carlo Barban. Nell’autunno
del 1931 si manifestano i primi sintomi della infermità che la
condurrà alla morte l’8 gennaio 1932.
Il 3 febbraio 1975 si apre il processo informativo presso il Tribunale
ecclesiastico di Padova. Il 23 aprile 1977 si conclude il processo diocesano
e tutto il materiale viene inviato a Roma alla Congregazione per le Cause
dei Santi.
Il 7 luglio 2003 papa Giovanni Paolo II attribuisce a mamma Rosa il titolo
di Venerabile. Il 22 giugno 2004 lo stesso Pontefice fa promulgare il
decreto sulla autenticità di una guarigione miracolosa attribuita
a mamma Rosa.
Qualche mese dopo viene fissata la data della beatificazione: il 24 aprile
2005. Tutto rimane fermo per la morte di Giovanni Paolo II e il nuovo
pontefice, Benedetto XVI, stabilisce che la beatificazione abbia luogo
a Vicenza, diocesi di nascita e di residenza di Eurosia Fabris.
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Domenica 06 Novembre 2005
cronaca Pagina 14
Il rito. Celebranti Nosiglia, Nonis e Cazzaro
Una nipote porterà all’altare le reliquie
A recare all’altare e a consegnare ai celebranti
vescovi mons. Nosiglia, Nonis e Cazzaro e al delegato papale cardinale
José Saraiva Martins, prefetto della Sacra Congregazione vaticana
per le Cause dei Santi, il prezioso reliquario che contiene un frammento
delle ossa di mamma Rosa sarà oggi pomeriggio alle 16 la nipote
Gabriella Piccolo affiancata dal marito Paolo Guzzo e dalla bambina che
hanno adottato, Elisa.
Sarà quello uno dei momenti più suggestivi della cerimonia
della beatificazione che avverrà nel contesto della Messa concelebrata.
Un rito solenne ma anche breve e semplice. Dopo che il Cardinale e i Vescovi
concelebranti (il rito sarà presieduto da mons. Nosiglia) avranno
fatto l’ingresso in Cattedrale, avranno adorato il Santissimo sacramento
e avranno indossato i paramenti liturgici, si inizierà con il consueto
atto penitenziale introduttivo.
I postulatori cioè coloro che hanno promosso e seguito tutto l’iter
della causa canonica previa alla beatificazione, si rivolgeranno al cardinale
Saraiva Martins per chiedere che sia accolta la richiesta di beatificazione
presentata al Papa dal vescovo mons. Nosiglia. Il porporato proclamerà,
dopo che sarà stata letta un sintetica biografia di mamma Rosa,
il decreto pontificio che accoglie l’istanza e autorizza la beatificazione.
A questo punto verrà scoperto l’arazzo con il ritratto della
Beata eseguito dall’artista Giuseppe Antonio Lomuscio di Trani partendo
dal noto disegno fatto a tuo tempo dal romano Ermilio Lazzaro. Mamma Rosa
appare ringiovanita rispetto all’immagine diffusa da decenni perché
l’artista ha ricostruito le fattezze giovanili della Beata che,
secondo le testimonianze del tempo, era bella e simpatica tanto da attirarle
addosso tante domande di matrimonio. L’arazzo, predisposto per la
cerimonia prevista a Roma per il 24 aprile scorso - il rito era stato
annullato per la morte di Giovanni Paolo II - è stato trasferito
a Vicenza dopo che il nuovo pontefice Benedetto XVI ha stabilito che d’ora
in poi le beatificazioni si celebreranno nelle varie Diocesi di origine
o di residenza dei candidati agli altari mentre le canonizzazioni si svolgeranno
a Roma. Con questa decisione papa Ratzinger dimostra di voler tener fede
al suo programma pastorale che prevede un maggior coinvolgimento del Collegio
dei Vescovi nel governo della Chiesa universale e una valorizzazione delle
singole Chiese locali o diocesi che dir si voglia.
Dopo lo scoprimento dell’arazzo, il vescovo mons. Nosiglia prenderà
la parola per ringraziare il Papa tramite il cardinale delegato e verrà
portata all’altare una reliquia della nuova Beata. La messa proseguirà
poi normalmente fino alla conclusione. La preghiera o colletta citerà
il nome di mamma Rosa per la prima volta dopo la sua ammissione ufficiale
al culto cattolico.
Per la beatificazione di una donna è stato scelto anche un altro
segno significativo: i due cori abbinati che eseguiranno i canti (si tratta
del Cim cioè il complesso corale della parrocchia di San Bortolo
in Vicenza e del Polifomnia di Quinto Vicentino) saranno diretti dal maestro
in rosa Silvia Fabbian. I canti dell’assemblea saranno guidati invece
dal prof. don Pierangelo Ruaro mentre all’organo siederà
il maestro Ornelio Bortoliero.
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Domenica 06 Novembre 2005
cronaca Pagina 14
Una famiglia con tante vocazioni
Il rispetto che mamma Rosa nutriva nei confronti
dei sacerdoti e delle persone consacrate era proverbiale e si può
parlare di vera e propria “devozione”. Ogni volta che un figlio
prete o religioso le faceva visita, lei voleva baciare le mani perché
- diceva - erano mani consacrate. Lo stesso atteggiamento naturalmente
la nuova Beata teneva nei confronti di preti e religiosi non “suoi”.
E per inculcare il sentimento del rispetto verso le persone consacrate
a Dio, da buona nonna tenera ma ferma nella sua dolcezza vietava ai nipoti
di usare il tu confidenziale quando parlavano con gli zii preti.
La famiglia di Eurosia, del resto, è stata una fucina di vocazioni.
Due figli - Giuseppe e Alberto Secondo - sono diventati sacerdoti diocesani:
il primo è stato per quasi 40 anni parrocco alla Madonna della
Pace Stanga in Vicenza, amatissimo per la sua pietà e carità
e per lo stile di vita severa.
Alberto Secondo, pure prete diocesano, fu insegnante in Seminario e poi
al collegio vescovile Graziani di Bassano del Grappa.
Un altro figlio, Matteo Angelo, si fece frate francescano con il nome
di Bernardino.
Mansueto, il più giovane, pure avviato al sacerdozio, morì
quattordicenne nel Seminario diocesano mentre sognava di farsi gesuita
e missionario.
Si sa che mamma Rosa “ereditò” dal marito Carlo Barban
due bambine piccole che avevano rispettivamente 20 e 4 mesi (la loro sorellina
primogenita era morta pochi giorni dopo la nascita), ebbe nove figli suoi
(i primi due lasciarono questo mondo precocemente) e adottò i tre
bambini rimasti orfani della mamma Sabina nipote di Eurosia. Si chiamavano
Diletta, Gina e Mansueto Mazzucco. Il papà era sotto le armi -
siamo nel 1917 - e combatteva sull’Altopiano quando rimase vedovo.
Qualche anno dopo l’uomo si risposò e riprese in famiglia
le due figlie ma lasciò Mansueto a mamma Rosa perché allevato
dalla zia dall’età di dieci mesi le si era particolarmente
affezionato e la chiamava mamma. Anche Mansueto si fece religioso francescano
con il nome di fra Giorgio.
La più grandicella delle due figlie ereditate dal marito Carlo,
nel settembre 1909 entrò nella congregazione delle Sorelle della
Misericordia a Verona e prese il nome di suor Teofania. Morì il
23 maggio 1918 mentre lavorava come infermiera nell’ospedale militare
di Mantova.
Tutte vocazioni scoperte e coltivate dalla nuova beata che fu molto convincente
anche nei confronti del marito Carlo che non era molto propenso ad accettare
tante chiamate speciali. Aveva preso bene l'entrata in Seminario di Alberto
Secondo ma quando il figlio maggiore, Giuseppe, espresse il desiderio
di seguire la stessa strada del fratello, la riposta del papà era
stata secca: «Non ne voglio nemmeno sentir parlare. Deve imparare
ad adoperare la vanga e il rastrello per aiutarmi nei lavori dei campi,
altro che studi in Seminario!».
Da notare che le condizioni economiche della famiglia erano appena sufficienti.
Visto che non si era in grado di pagare la pur modesta retta dell’istituto,
Giuseppe e Secondo furono accettati come esterni nelle classi del Ginnasio
e poi divennero interni.
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Domenica 06 Novembre 2005
cronaca Pagina 15
«Vivo con il miracolo nel cuore»
Anita Casonato: «Sono felice. Eurosia si merita
questa gloria»
di Franco Pepe
«Se ci penso tremo tutta. Chissà come
mi batterà forte il cuore. Ma mamma Rosa mi aiuterà a superare
l’emozione. Sono molto felice. Lei si merita questa gloria. È
arrivata la ricompensa. Cosa chiederò? No, no, un’altra grazia
no. Non si può pretendere un miracolo due volte. Chiederò
che mi metta una mano qui in cima, che mi faccia andare via i dolori,
che mi dia la forza di andare avanti serenamente, che mi faccia restare
autosufficiente con la testa lucida. Alla mia età è questo
che conta».
L’aia dinanzi alla casetta in cui si entra direttamente dal cortile
è deserta. È presto. È sabato. La gente dorme un
po’ di più. Per venire qui a nella strettoia del vicolo Monte
Nero, a un centinaio di metri dal duomo di Montecchio Maggiore, dove abita
Anita Casonato, abbiamo dovuto fare una levataccia. Ma lei, la miracolata
di mamma Rosa, 83 anni appena compiuti, gli occhi buoni, lo sguardo mite,
il sorriso che riesce a essere sempre dolce, ha l’appuntamento con
la parrucchiera. Deve aggiustarsi i capelli. Domani (oggi, ndr) è
anche la sua giornata. Mostra con orgoglio l’invito che le ha spedito
il Vescovo per assistere in cattedrale alla cerimonia di beatificazione
di Eurosia Fabris Barban, la terziaria francescana che non ha mai visto,
non ha mai conosciuto, ma che un giorno dal cielo le ha salvato la vita.
In chiesa ci andrà con Adriana, la figlia della sorella che è
come fosse figlia sua, e con Antonio, il genero adottivo. Anita è
davvero una bella vecchietta. A proposito, il suo nome all’anagrafe
è scritto correttamente, con una sola enne.
È stato don Giuseppe Barban, il parroco della Stanga di una volta,
il suo angelo custode in terra, a storpiarlo, a raddoppiare la enne, a
chiamarla Annita, perché diceva che la radice era quella di Anna.
Quel miracolo l’accompagna ogni istante. Aveva 22 anni. Era all’ospedale
di Sandrigo. Pelle e ossa. Una tosse stizzosa da tisica. E una febbre
alta che non se andava mai. Nessuno riusciva a capire cosa avesse.
Papà Isidoro, che faceva il messo comunale a palazzo Trissino,
non sapendo più cosa fare, decise di fare quest'ultimo tentativo.
Anita non mangiava più. Respirava a fatica. Non stava in piedi.
Era tutta gonfia. Tutto era cominciato con un’influenza, ma poi
le cose erano andate precipitando. Una polmonite, la pleurite, litri e
litri di acqua nei polmoni. Sette mesi così, da maggio a novembre.
Era il 1944. Un anno difficile, zeppo di sciagure. C’era la guerra.
C’era la fame.
Il S. Bortolo era chiuso, semidistrutto dai bombardamenti. E così
quel papà tenero, affettuoso, religiosissimo, che andava a messa
ogni mattina, e che la sera con la coroncina in mano faceva recitare il
Rosario a tutta la famigliola, chiese a un suo amico contadino che aveva
un calesse il favore di portarle la figlia a Sandrigo, perché i
tedeschi non davano il permesso di trasportarla in macchina. Anita arrivò
in ospedale tirata da un cavallo. La misero in un letto e da lì
non si mosse più per 40 giorni. I medici provarono a fare qualcosa,
quella ragazza con la fronte che scottava sempre e il viso scavato faceva
pena, ma più di qualche puntura colorata di giallo, come se dentro
ci fosse il tuorlo di un uovo, non potevano farle.
Altre cure, in quei tempi di sangue, macerie e miseria, non ce n’erano,
e Anita andò peggiorando. La febbre non scendeva mai sotto i 40,
ormai la sua resistenza era ridotta al lumicino, i medici scrollavano
la testa, “non c’è più nulla da fare”
dicevano, anche il medico di famiglia Vito Corain cominciava a perdere
la speranza, fu fatto venire un prete che le diede l'estrema unzione,
e poi la mandarono a casa a morire. Quella sera papà Isidoro era
ai piedi del letto, la mamma, che si chiamava Maria, donna di casa che
ai suoi 5 figli pensava giorno e notte, piangeva di nascosto, Anita ormai
non si muoveva quasi più, quando sentirono battere alla porta.
Era don Giuseppe, il parroco, il figlio di mamma Rosa, forte, sorridente,
una specie di messaggero del Signore. «Ma cosa state facendo? Basta
piangere. Bisogna avere fede. Su, dai ragazzina, coraggio, comincia a
pregare. Mia madre Rosina di figli ne ha cresciuti 15, 2 glieli ha portati
il marito che era rimasto vedovo, 9 li ha partoriti lei e gli altri li
ha presi in casa perché erano orfani. Lavorava tutto il giorno
in una cascina, aiutava tutti. Era umile, paziente, generosa. Pregava
sempre. Si rimetteva sempre alla volontà del Signore. E allora
perché disperarsi? Su, dai Anita, preghiamo mamma Rosa, vedrai
che ti fa la grazia».
In casa quella sera si recitò la novena con tanta fede, e una scia
di preghiere si diresse verso le stelle oltre la finestra rabbuiata. La
ragazza malata si addormentò, lo sguardo stranamente tranquillo
come non lo era più da mesi. Dormì profondamente tutta la
notte. E quando si svegliò si stropicciò gli occhi e chiamò
la mamma: «Portami qualcosa da mangiare, ho fame». Maria la
guardò trasecolata. A sentire i medici, non avrebbe dovuto passare
la notte, e ora, eccola lì, la cara Anita, la fronte fresca, come
se quella febbre rovente e indomabile fosse stato solo un terribile incubo.
La mamma tirò un sospiro, strinse le guance con le mani, poi chiamò
don Giuseppe.
“Miracolo, miracolo, è stata mamma Rosa”. Il parroco
andò a suonare le campane, si inginocchiò dinanzi all'altare,
chiamò gente, disse Messa. Arrivò di corsa da Borgo Scroffa
sulla vecchia bicicletta cigolante il dottor Corain che non credeva ai
suoi occhi. «Dobbiamo andare a Monte Berico, dobbiamo andare a Monte
Berico…». Poi il miracolo venne dimenticato sotto le bombe,
sotto la paura, il dolore e i lutti di una guerra disastrosa. Non se ne
parlò per tanto tempo, fino a che a Padova il 3 febbraio del 1975
si aprì il processo canonico per la beatificazione di Eurosia.
Don Giuseppe accompagnò Anita a portare la testimonianza diretta
di quel primo miracolo che sarebbe stato poi determinante per la proclamazione
sancita dal Papa. In questi anni Anita ha atteso in silenzio il grande
momento, pregando sempre Mamma Rosa.
La vita le ha riservato prove molto difficili. Il marito Luigi Menegon,
meccanico alla Ceccato, uomo di bontà straordinaria, che le voleva
tanto bene, che aveva una passione innocente e invasiva per la montagna,
è morto una ventina di anni fa, e lei ha dovuto vivere con una
pensione che oggi è di 500 euro, con la quale deve fare i salti
mortali per arrivare a fine mese. Qualcosa si è arrangiata facendo
la sarta, proprio come mamma Rosa, e poi per fortuna l’ha aiutata
e continua ad aiutarla Adriana, la figlia della sorella Ofelia che, da
quando aveva 40 giorni, ha cresciuto sempre in casa sua, perché
la mamma, rimasta vedova giovanissima, lavorava come operaia a Vicenza
e doveva accudire altri due bambini.
E poi, le infinite magagne fisiche. Una gravidanza extrauterina che l’ha
trascinata quasi di nuovo in punto di morte e una difficile operazione
a Venezia in cui i medici l’hanno tirata fuori per i capelli, una
peritonite, i calcoli al fegato, una caduta disastrosa nell'orto con la
frattura di tutte e due le braccia rimaste a lungo ingessate, un incidente
in auto che le ha provocato una commozione cerebrale, e poi qualche anno
fa un’insufficienza renale che oggi la costringe a fare la dialisi
tre volte le settimana all'ospedale di Arzignano dalle 7 alle 11, con
un ago di 16 millimetri che le buca vene bluastre, grosse e tormentate.
«Se con tutto quello che ho avuto ce l’ho fatta a sopravvivere
vuol dire che mamma Rosa ha voluto tenermi in vita perché io fossi
la testimone vivente della sua santità. Sono stata una privilegiata».
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Lunedì 07 Novembre
2005 cronaca Pagina 9
Beata Rosa e il giallo delle reliquie
di Franco Pepe
«Quando hanno aperto la cassa per prelevare
qualche reliquia dai resti di mamma Rosa il cervello era intatto, assolutamente
integro. Una cosa fuori dell'ordinario».
Padre Fabio Longo, dei frati minori francescani, che vive a Monselice
nel convento di S.Giacomo, e che è stato il postulatore principale
della causa di beatificazione, racconta un dettaglio che sa di inspiegabile.
Il reliquiario portato da Anita Casonato, la miracolata, dinanzi all'arazzo
di Eurosia Fabris Barban, subito dopo che il cardinale portoghese José
Saraiva Martins ha letto la lettera apostolica del Papa, mentre il turibolo
lancia effluvi di incenso, contiene un frammento di cervello e una minuscola
scheggia ossea estratta da una costola della nuova beata.
«Sono reliquie più importanti di quel le che si prendono
"ex indumentis"» - spiega padre Longo -. È stato
lui a interessarsi presso la segreteria di Stato del Vaticano perché,
applicando subito le modifiche introdotte da Benedetto XVI, questa cerimonia
si tenesse a nella diocesi di origine di mamma Rosa. E così è
stato. Vicenza ha visto la prima beatificazione italiana lontano da Roma,
la seconda nel mondo dopo quella officiata il 19 giugno a Varsavia dal
cardinale Józef Glemp.
Il drappo che prima del rito nascondeva l'arazzo della beata è
stato tolto e mamma Rosa è apparsa giovane, a colori, diversa dalla
figura severa, quasi cupa, in bianco e nero, che si conosceva, l'abito
scuro ma non il pesante saio monacale della foto che ha girato fino ad
oggi, nelle mani un crocifisso e un rosario non più da eremita,
in testa non più la ruvida cuffia nascondi-capelli ma una permanente
tranquilla con l'aggiunta di due orecchini, un tocco di innocente e femminile
laicità.
Modifiche, pare, avvenute nella trasformazione, realizzata a Vicenza dalla
ditta Pomi, del ritratto disegnato dal barese Giuseppe Antonio Lomuscio
nell'immagine in tela cerata apparsa in cattedrale. Quasi a dimostrare
il teorema tutto cristiano della santità possibile e condivisa,
«non realtà di pochi eroi», come ha detto il vescovo
Cesare Nosiglia, e che questa volta ha premiato Eurosia, «una di
noi», una sposa e una mamma qualsiasi, una donna di casa come ce
ne sono tante, che ha sperimentato la carità e la ricerca della
volontà divina nella vita famigliare di ogni giorno, fatta di problemi,
gioie e speranze.
Rapido play back. Ripartiamo dall'inizio. Fuori piove senza soste sulla
cattedrale. Dentro è silenzio, anche se la chiesa, un giardino
pensile profumato da 1.500 rose bianche, molte a mostrare i petali giù
dai balconi del coro, è strapiena già un'ora prima dell'inizio
della cerimonia. Il sagrestano Diego Berdin conta 1.600 persone sotto
lo sguardo vigile dei volontari della protezione civile.
In prima fila, accanto ai gonfaloni, i sindaci dei due Comuni cari a Eurosia
Fabris Barban, Torri di Quartesolo e Quinto, Diego Marchiori e Secondo
Pillan. Arriva con qualche istante di ritardo con l'impermeabile umido
il sindaco di Vicenza Enrico Hullweck. Nel banco accanto il prefetto Tranfaglia
e il questore Rotondi. Poi i due francescani postulatori padre Luca De
Rosa, campano di Afragola, e padre Longo. Ed ecco Anita Casonato, la miracolata
con la nipote Adriana. E ancora dietro, con il foulard bianco che reca
impressa l'immagine di mamma Rosa, la schiera dei parenti, fra i quali
ben tre pronipoti che si chiamano Eurosia Barban. C'è pure il presidente
dell'Azione cattolica, Lauro Paoletto. E poi tante suore, dorotee, orsoline.
Inizia il rito. Don Flavio Grendele, il vicario per la pastorale, che
ha curato l'organizzazione, controlla che tutto sia a posto. Dalla gradinata
don Pierangelo Ruaro dà il via ai due cori uniti, il Cim di S.
Bortolo e il Polfomnia di Quinto. All'organo suona Ornelio Bortoliero.
Ed ecco spuntare, preceduto dal cerimoniere diocesano don Fabio Sottoriva
il corteo dei celebranti fra due cuscini con il tricorno cardinalizio
color porpora e il tricorno episcopale color viola. Ad attendere nel coro
Nosiglia e il cardinale Martins, accompagnato dal cerimoniere del Vaticano
mons. Enrico Viganò e dal segretario mons. Claudio Jovine, c'è
il vescovo Cazzaro, ex missionario, esorcista, che ora vive a Monte Berico,
ci sono qualcosa come 200 fra parroci, preti, frati francescani. Manca
solo l'ex vescovo Nonis, che non sta bene.
Applausi scroscianti quando Martins legge la bolla pontificia, quando
dice che la beatificazione di mamma Rosa rende omaggio a tutte le mamme,
quando, in un italiano dalla dolce cadenza lusitana, ringrazia Vicenza
che gli ha regalato una «squisita ospitalità», e impartisce
la benedizione a nome di papa Benedetto XVI.
«Spero che di cerimonie così ce ne siano ancora molte»,
dice al termine il vescovo. Pensa alla mamma Anna, che non ha partecipato
perché si sarebbe emozionata troppo. «Lei e mio padre hanno
fatto tanti sacrifici per me». Ritorna il tema della santità
cara a papa Woytila, che si conquista facendo i buoni cristiani, quella
dei «santi del mio paese» di Vincenzo Cardarelli, «santi
alla buona, santi famigliari, che non stanno inoperosi sugli altari».
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Lunedì 07 Novembre
2005 cronaca Pagina 9
Oltre 200 davanti al maxischermo sfidano la pioggia
di Elena Padovan
I numeri dei presenti sono stati alti e per molti
che non sono riusciti ad entrare in cattedrale l'organizzazione ha fatto
acqua. Proprio davanti al duomo infatti è stato allestito un maxi
schermo da cui poter assistere alla cerimonia, ma il tempo non certo clemente,
ha creato dei notevoli problemi al paio di centinaia di fedeli accorsi.
Alcuni di loro hanno tenuto promessa e sono rimasti lì per tutta
la celebrazione, altri invece hanno fatto la spola tra il piazzale e i
bar vicini. Tra loro c'erano anche gruppi francescani giunti in terra
berica dal Friuli, come Anna Maria e Lorinda di rispettivamente ottantuno
e ottantaquattro anni. «È stata una gita con non pochi imprevisti
- spiegano -. Siamo partiti da Sacile a mezzogiorno e mezzo, l'autista
della corriera ha sbagliato strada, il riscaldamento non funzionava e
poi una volta arrivati a Vicenza era troppo tardi per prendere posto in
cattedrale. Così, vista la pioggia e la nostra età siamo
entrate in questo bar. Ci aspettavamo almeno un tendone oppure di essere
ospitati in qualche salone qui vicino. Siamo comunque contente di poter
manifestare la nostra gioia con la presenza e perché - concludono
- ad essere beatificata è una mamma semplice e umile, che può
diventare modello per tante donne».
E ad essere attratta da questa figura è stata anche una giovane
madre, giunta a Vicenza dal Cervarese Santa Croce con il figlioletto Daniele
di soli tre anni. Lei si dice soddisfatta della decisione che le beatificazioni
avvengano nelle diocesi di appartenenza. «Credo sia una mossa azzeccata,
perché da modo a molte più persone di parteciparvi».
All'inizio della celebrazione fuori dal duomo si vedono anche alcuni giovani.
C'è chi fa parte di gruppi ecclesiali, come l'azione cattolica,
alcuni visto il tempo si riparano in un bar per poi tornare più
tardi, altri invece come Marco e Lucia di Creazzo si propongono di rimanere
sotto la pioggia battente almeno per vedere l'inizio della messa. Nel
corso della celebrazione l'attenzione e il silenzio domina pure fuori
e ci sono anche molti di passaggio che incuriositi si fermano per qualche
minuto. Tra questi anche un'ex animatrice dell'azione cattolica Chiara,
venticinquenne di Caldogno. «Oggi sono stata in fiera e visto che
sapevo che c'era questa beatificazione sono passata di qua. Sinceramente
non conosco la figura di Mamma Rosa. Non so se l'abbiano fatto o meno
- ammette la giovane - ma credo che la diocesi in questi casi abbia il
compito di organizzare incontri che illustrino a tutti i canoni fondamentali
nel processo di beatificazione e che raccontino la vita della persona
in questione».
All'entrata c'è anche Samantha di Grossa di Gazzo Padovano. Se
lei è qui c'è un motivo particolare. Ha accompagnato la
nonna che è pronipote di Mamma Rosa. «Spesso ci racconta
di come Mamma Rosa spartiva quel poco che aveva e di come ogni volta che
andava a trovarla le dava una gallina da portare a casa. L'affetto poi
era grande - conclude Samantha - perché il mio bisnonno, orfano
di madre, per un lungo periodo è stato cresciuto proprio da Mamma
Rosa. Per noi oggi è un giorno di grande gioia e festa».
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Lunedì
07 Novembre 2005 cronaca Pagina 9
I famigliari provenienti persino dalla Spagna e dall’Australia
erano riconoscibili da un foulard bianco
I parenti da mesi organizzati via internet
Giovanni Zanolo
"Che il popolo canti!": sarebbe stato senza
dubbio fiero dei suoi vicentini il vescovo Rodolfi, che proprio così
scriveva in una lettera del 1924. Ed è stata infatti una partecipazione
molto sentita da parte di tutti gli oltre duemila fedeli che ieri pomeriggio,
in occasione della beatificazione della vicentina Eurosia Barban, sono
riusciti a riservarsi un posto all'interno del Duomo.
«Pare così strano, a Vicenza - quasi sussurra emozionata
una suora - non mi sembra vero di vedere un cardinale concelebrare una
messa qui, nel nostro Duomo».
«Io li conosco bene, i Barban!», interviene un'altra. Ed era
effettivamente difficile non scambiare almeno una parola con uno dei moltissimi
parenti della nuova beata, tutti riconoscibili grazie ad un foulard bianco
con la foto della loro prozia o bisnonna o nonna che oggi era riuscita
ad unire attorno a lei la sua grandissima famiglia, proprio come faceva
quando era ancora in vita: «C'è qualcuno di noi che è
venuto addirittura dall'Australia, e qualcuno anche dalla Spagna»,
esclama uno dei tanti pronipoti.
«È proprio un altro miracolo di mamma Rosa quello di averci
uniti proprio tutti - si unisce un altro nipote -. Moltissimi di noi non
si erano mai visti fino ad oggi. Sono mesi che organizziamo la cosa tra
di noi attraverso internet».
Sembra insomma che la famiglia di mamma Rosa, quella famiglia che era
stata per lei il vero e proprio terreno sul quale erano cresciuti i frutti
della sua santità, sia quasi più viva che allora, come un
miracolo che continua a realizzarsi tutt'oggi e che senza dubbio continuerà
ad avverarsi nel futuro: «Ce la sentiamo tutti come mamma - commenta
un terziaro francescano della diocesi di Adria e Rovigo, ordine di cui
anche mamma Rosa faceva parte - È veramente bello che ci sia la
possibilità di partecipare ad una beatificazione di una nostra
sorella a due passi da casa, senza andare a Roma».
Un evento, quello di ieri, che ha reso orgogliosi moltissimi vicentini:
«Sono emozionatissimo - commmenta un signore di Torri che per tutta
la cerimonia ha sorretto la bandiera del suo comune - mi chiedo quando
mai accadrà nuovamente una cosa del genere».
Ed è il sindaco di Quinto Vicentino , luogo di nascita della beata,
che prontamente gli risponde: «Speriamo che quanto avvenuto oggi
sia di buon auspicio anche per la prossima beatificazione di don Ottorino
Zanon. Credo sia importante affermare che la santità "feriale"
di mamma Rosa sia un tipo di santità ancora molto viva e presente
dalle nostre parti».
E un sacerdote esperto in celebrazioni liturgiche, come quella di ieri,
dirette in parte dalla Santa Sede, dà il suo giudizio riassuntivo:
"Sono entusiasta della grande semplicità e signorilità
con le quali si è svolta la cerimonia. Mi capita raramente di vedere
una tale partecipazione dei fedeli. Un vero esempio di come dovrebbe essere
una qualsiasi celebrazione liturgica".
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Domenica 20 Novembre 2005
cronaca Pagina 11
Si è conclusa ieri sera la cerimonia di traslazione
della beata
Mamma Rosa riposa nella chiesa di Marola
(fe. ba.) È un monumento alla famiglia,
un simbolo di come una donna semplice e devota possa trasformarsi in un
esempio da seguire per tutti i credenti anche durante una vita comune
da “semplice” madre. Ecco perché, spiegano i fedeli
della beata di Marola, Mamma Rosa, Eurosia Fabris Barban, è un
simbolo ancora più importante.
E non soltanto per la comunità che si trova a pregare nella chiesa
di Marola, dove ieri le sue spoglie mortali sono state traslate. A pregare
per lei, a riconoscere l’esempio che per tutti è stata mamma
Rosa, ieri sera c’erano circa cinquecento persone, al Palalago di
Marola. Dentro la struttura, il vicario del vescovo mons. Piero Lanzarin
e il parroco di Marola don Matteo Pasinato hanno celebrato il rito di
fronte a centinaia di fedeli. Una messa semplice, che sarebbe certamente
piaciuta alla beata vicentina che con straordinaria semplicità
ha saputo vivere la sua vita.
La cerimonia ufficiale della sua beatificazione, tenutasi il 6 novembre
alla presenza del vescovo Nosiglia, è la seconda in assoluto celebrata
dopo che papa Benedetto XVI ha modificato il rituale, preferendo che avvenisse
nella diocesi di origine del beato invece che a Roma. La prima si è
tenuta il 19 giugno a Varsavia.
Ieri invece la beata è stata venerata dalla sua comunità,
dove aveva diffuso con il suo esempio, i semi dell’amore e del sacrificio.
Eurosia Barban era nata a Quinto Vicentino ma ha vissuto a lungo a Marola,
per questo i suoi resti mortali saranno conservati nella chiesa di quella
parrocchia.
Dopo la cerimonia al palalago, in centinaia hanno acceso le candele e
si sono incamminati, al buio, verso la chiesa parrocchiale. La strada,
disseminata di lumini, indicava il percorso da seguire, mentre la folla
cantava e pregava dietro alla grande croce e al sarcofago che racchiude
i resti di mamma Rosa.
Una processione lenta e solenne, nella serata fredda dedicata alla preghiera.
Alle otto in punto le campane della chiesa parrocchiale iniziano a suonare,
pochi minuti dopo la processione ha raggiunto il luogo dove Eurosia riposerà
per sempre.
Un’altra preghiera, nella chiesa gremita, poi un grido: «Viva
mamma Rosa!» e un applauso sentito dei fedeli. Poi inizia una seconda
processione, più breve e raccolta. Tutti vogliono toccare quel
contenitore di marmo e, uno dopo l’altro, i fedeli danno l’ultimo
saluto della sera alla beata di Marola, alla mamma che dedicò tutta
se stessa ai propri figli e a quelli, non suoi, che erano disperati, e
cui lei dava da mangiare e un letto caldo nel momento del bisogno.
La chiesa poi si svuota, la cerimonia è terminata. Ma da ieri sera
mamma Rosa sarà sempre là, nel primo altare di sinistra
appena entrati dalla porta principale della chiesa di Marola. Dentro a
quello scrigno non ci sono solo i resti di Eurosia Fabris Barban, ma il
simbolo di come si possa diventare un esempio per tutti semplicemente
essendo mamma. Mamma Rosa.
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