Otello Fabris


Sono trascorsi ormai quarant’anni da quando il primo numero del giornalino studentesco “Il bottalino”, con una tiratura di 2000 copie, “denunciò” l’abbandono del Castello di Arzignano e creò un tale scalpore da far iniziare, subito dopo, il restauro del complesso.
L’idea di istituire questo giornale e la direzione dello stesso rappresentano il primo dei tanti interventi culturali di Otello Fabris, cittadino bassanese originario di Arsiero.


Con un diploma in chimica conciaria, ha lavorato per molti anni come direttore tecnico in un’azienda del settore svolgendo nel tempo libero una prolifica attività di storico. Il passato che lo affascina ripercorre l’individuo attraverso le relazioni che, reciprocamente, lo legano al territorio in cui vive. Guarda dentro ai segmenti temporali tracciati dalla grande storia per individuare le origini delle consuetudini umane e le condizioni ambientali che le hanno determinate.
Lo dimostrano le sue svariate pubblicazioni di cui, oltre agli articoli comparsi in riviste e giornali, si ricordano due volumi: “Doctrinae cosinandi di Merlin Cocai in coquina Jovis” e “Artisti e artigiani della pelle del Veneto”. Il primo è un compendio critico alle 20 ricette scritte da Teofilo Folengo, mentre il secondo narra la storia della famiglia Da Ponte e il mondo dei pellicciai in cui gravitarono.
Oltre alla pagina scritta, a partire dagli anni Ottanta egli ha fondato la “Compagnia dei Canavaroli” con lo scopo di conservare e valorizzare le tradizioni agricole bassanesi. Essa ha animato molti carnevali cittadini riportando nelle piazze personaggi storici come i Lanzichenecchi del Cinquecento o i Crociati del Medioevo.
A partire dal 1991, in occasione della festa dell’uva, la compagnia ha proposto e adottato la figura di Merlin Cocai insieme ad un gruppo di ristoratori. L’idea ha sollecitato il nostro studioso a costituire, due anni dopo, l’associazione degli “Amici di Merlin Cocai” - tutt’ora presieduta dallo stesso Fabris - con la volontà di approfondire la figura del poeta e diffonderne la conoscenza attraverso la rassegna di cultura enogastronomica medievale e rinascimentale “A tavola con Merlin Cocai”.
Otello Fabris insegna Storia dell’Alimentazione all’Istituto alberghiero di Castelfranco ed è ora impegnato nell’ultimazione di altre due nuove pubblicazioni.
- Otello Fabris, da cosa nasce la sua passione per la storia?
«È legata al ricordo di mia nonna. Quando da piccolo andavo da lei, in soffitta trovavo molti oggetti legati al passato che mi raccontava. Lì ho capito che ogni cosa è ciò che rappresenta… un'idea, un antenato o un sentimento. Mi sconvolge pensare che la gente creda di vivere senza la storia. Essa è un susseguirsi di esperienze che sono indispensabili per andare avanti. Ognuno ha un passato individuale ma non ci si può dimenticare di quello collettivo. Se così fosse stato si sarebbero evitati episodi come quello del Castellaro: avremmo raccolto i depositi archeologici di trenta secoli fa e conosciuto chi ha fondato questa comunità. Con le ruspe che vanno avanti e indietro è difficile pensare che il recupero storico avvenga».
- La natura e il territorio sono molto presenti nelle varie attività culturali da lei svolte…
«I valori del paesaggio sono eterni. Sono molto critico con l'inurbamento: più aumenta il cemento e più diminuisce il nostro livello di umanità. La zona di Bassano è splendida, io l'amo molto ma sembra si stia facendo di tutto per distruggerla. Siamo passati dalla civiltà dei consumi a quella della dissipazione. Il territorio è soggetto alle offese del tempo e i mezzi economici di cui ora disponiamo non vengono utilizzati per la sua valorizzazione».
- Che insegnamenti possiamo trarre dalla personalità di Teofilo Folengo per il nostro presente?
«Innanzitutto il coraggio. Egli non ha temuto di affermare la propria fedeltà a se stesso, contro ogni schematismo di carattere religioso, sociale o culturale. Le idee più interessanti di rinnovamento della Chiesa dell'epoca escono dall'ordine dei Benedettini e sono presenti nella sua opera. Folengo ha scelto il modo burlesco per toccare tutti i grandi problemi dell'uomo e della fede. Egli ci ha trasmesso messaggi molto precisi di rigorismo morale. Questi temi li centelliniamo a piccole dosi a tavola, durante la rassegna a lui dedicata».
- Come mai, di Teofilo Folengo, lei ha privilegiato l’aspetto culinario?
«Perché la cucina è un’altra mia grande passione, ereditata da mio nonno. Inoltre, con la mia formazione da autodidatta, mi sentivo maggiormente preparato su questi argomenti».
- Quali le sue prossime pubblicazioni?
«A breve uscirà il primo di una serie di Quaderni sulla chiesa di San Giorgio alle Acque. Vi sono raccolti dei saggi che riguardano il recente restauro del complesso con la riscoperta degli affreschi. Oltre a curare il convegno sul poeta Bino Rebellato, con un testo sulle imitazioni del Folengo, prossimamente uscirà la storia dello spiedo all’interno di una guida pubblicata da Slow Food, l’associazione internazionale che opera per riscoprire il piacere del cibo correlato al godimento dell'ambiente».

Intervista apparsa sul giornale di vicenza di mercoledi 27 settembre 2006

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